Il 30 aprile, davanti al Consiglio nazionale palestinese, Abu Mazen – ieri confermato Presidente dello stato di Palestina –  ha affermato che la persecuzione degli ebrei in Europa, nei secoli e sino alla Shoah, sarebbe da attribuire alla «loro funzione nella società», che «aveva a che fare con l’usura, le banche e così via». Questo recupero di un classico topos dell’antisemitismo, ovvero l’«l’ebreo usuraio», l’ebreo ricco e potente, insieme alla trasformazione delle vittime in responsabili dei propri mali, mira probabilmente al consenso nel variegato fronte palestinese. Ma quelle parole – nonostante le tardive scuse giunte dopo giorni di reazioni indignate – rischiano anche di fomentare l’antisemitismo presente nelle comunità islamiche che vivono nelle nostre democrazie, che cresce accanto ad un antisemitismo «classico» che sopravvive in particolare nell’estrema destra e, in alcuni casi, nella sinistra estrema.

In Germania il Presidente della Comunità ebraica Schuster ha consigliato agli ebrei di non rendersi riconoscibili per strada dopo l’aggressione ad un ragazzo che indossava la kippah al grido di «yahoud», ebreo in arabo. Ma da tempo numerosi sono gli episodi di bullismo contro studenti ebrei da parte di giovani islamici. Tanto che il governo federale ha avvertito l’esigenza di nominare un Incaricato per la lotta all’antisemitismo. Anche in Francia, alla sopravvivenza di un antico antisemitismo si aggiunge oggi una profonda ostilità verso gli ebrei tra gli islamici, in particolare tra i più religiosi, come ha dimostrato una ricerca della «Fondation pour l’innovation politique» del 2015. Anche qui un episodio recente, l’uccisione di una anziana signora ebrea, Mireille Knoll, scampata alla Shoah, da parte di un conoscente musulmano con gravi precedenti, sembra avere risvegliato le coscienze, dopo anni di aggressioni, solitamente nelle zone periferiche (nel 2006 un ragazzo ebreo, Ilan Halimi, fu torturato e ucciso da una gang di giovani arabi capeggiati da un fondamentalista). Numerosi sono gli ebrei francesi costretti a cambiare quartiere o che decidono di emigrare in Israele.

Queste situazioni, a lungo sottovalutate, risentono del conflitto Israelo-Palestinese. Tuttavia, l’antisionismo (che è comunque l’avversione non alle politiche di un governo, ma allo stesso movimento che ha portato alla nascita di Israele) e l’antisemitismo si intrecciano in modo inestricabile, nel mondo arabo e in Europa, e non solo tra le comunità islamiche. È significativo, a questo proposito, ciò che è accaduto in Italia il 25 aprile di quest’anno. I fischi alla Brigata ebraica durante la manifestazione di Milano – e non era la prima volta – e le contestazioni al rabbino di Trieste alla Risiera di San Sabba da parte di attivisti pro-palestinesi evidenziano un’ostilità che coinvolge gli ebrei in quanto tali. L’antico antisemitismo si perpetua in una nuova forma: l’ebreo è ora corresponsabile dei «crimini» dello Stato ebraico, divenuto feroce quanto i carnefici del popolo ebraico. Una manifesta distorsione della realtà che, chissà quanto consapevolmente, funge da autoassoluzione per gli orrori perpetrati in Europa a danno degli ebrei e per questo ha radici profonde, che trascendono il conflitto mediorientale.

Abu Mazen ha gettato olio sul fuoco. Il compito delle autorità istituzionali, politiche e culturali dei Paesi europei (autorità islamiche comprese: diversi imam in Francia hanno preso la parola contro l’antisemitismo presente nelle loro comunità) è quello di gettare acqua, con la vigilanza, l’imposizione del rispetto delle regole, un’educazione che possa giungere ovunque. Perché il mostro dell’antisemitismo potrebbe rialzare la testa.