La scritta Juden sulla vetrina di una panetteria Bagelstein apparsa durante una delle settimanali manifestazioni, la violenta aggressione verbale, in febbraio, al filosofo ebreo Finkielkraut – «Sparisci sporco sionista di m….», «tornatene a casa tua», «sporca razza» – e capitanata da un esaltato rivelatosi vicino al salafismo, ma circondato da diversi manifestanti che partecipavano alla gragnuola di insulti, la minimizzazione del fatto da parte di alcuni esponenti dell’estrema sinistra, la presenza di personaggi della destra antisemita: questi e altri episodi avvenuti durante le manifestazioni dei Gilets Jaunes, che si susseguono da mesi, mostrano come questo movimento sorto come protesta antifiscale, contro certe regolamentazioni, dal limite di velocità alle tasse ecologiche,  divenuto  poi sempre più sregolato e violento, abbia costituito l’occasione per fare emergere, tutte insieme, diverse forme di antisemitismo. La loro compresenza – ci dice il politologo di Sciences Po Dominique Reynié, direttore della Fondation pour l’Innovation Politique (Fondapol, think tank francese di area liberale tra i più importanti, i cui studi sono scaricabili dal sito www.fondapol.org), con il quale abbiamo condotto questa conversazione – «è sintomatica di un movimento che si caratterizza per la sua spontaneità, l’assenza di organizzazione, programmi, un organismo che lo rappresenti. Quando manca una macchina organizzativa che assicura strutturazione e controllo, ecco che queste espressioni antisemite trovano lo spazio per riemergere».

Il problema dell’antisemitismo in Italia è poco dibattuto. Eppure recenti episodi ci dicono che la nostra cultura politica non ne è estranea. Il tweet con il richiamo ai Protocolli dei Savi di Sion del senatore del M5S Lannuti, che non ha ricevuto nessuna sanzione dal suo partito. L’epiteto di «usuraio» lanciato contro Soros (ebreo di origine ungherese) dalla leader di FdI Giorgia Meloni. Gli attacchi all’Espresso e al direttore Damilano apparsi alla fine di marzo sulla bacheca del deputato leghista Claudio Borghi, che rilanciavano l’idea delle trame ebraiche e sui quali Borghi si è ben guardato dall’intervenire, esemplificativi di ciò che avviene in Rete. Ma anche le manifestazioni contro i rappresentanti della Brigata Ebraica che da anni accompagnano il 25 aprile. Sino al recentissimo caso degli insulti a un ragazzino ebreo di Ferrara da parte dei compagni di scuola («Quando saremo grandi faremo riaprire Auschwitz e vi ficcheremo tutti nei forni, ebrei di …») che mostra la ripresa del sentimento antisemita nel sentire comune.

In Francia – ci dice Reynié – tre sono i focolai dell’antisemitismo: destra e sinistra estreme e settori delle comunità islamiche. Nella destra vicina al Fronte Nazionale (oggi Rassemblement National), secondo i dati della ricerca del 2014 condotta dalla sua Fondazione (L’antisémitisme dans l’opinion publique française) sono rinvenibili «tutti gli stereotipi classici dell’antisemitismo sorto nell’Ottocento: gli ebrei hanno troppo potere nei media, nella politica, nella finanza, posseggono un potere di condizionamento a livello mondiale». La Shoah è minimizzata. «L’antisemitismo di destra che sopravvive al nazismo rappresenta un’espressione radicale di quello tradizionale – prosegue Reynié – La negazione del carattere massimamente grave della Shoah si trasforma in un punto di attacco a tutto il sistema dei valori riconosciuti. Questa parte è rimasta marginale sino a che Jean Marie Le Pen nel 1988, durante la campagna presidenziale, afferma che la Shoah rappresenta un dettaglio nella storia della Seconda guerra mondiale. Fu uno scandalo, ma Le Pen ottenne comunque il 14,4%. Quello è il momento in cui la negazione del carattere eminentemente grave della Shoah è recuperata, al più alto livello, ad opera di un candidato alla presidenza. Quella frase gli ha consentito di divenire agli occhi di una parte della destra l’uomo in grado di rompere il sistema di valori dominante, avendo infranto la “convenzione delle convenzioni”: il carattere eccezionale dello sterminio degli ebrei».

Destra significa anche destra cattolica. L’antigiudaismo già nel XIX secolo diventa non sempre distinguibile dall’antisemitismo razziale, come mostrano pagine de La Croix e di Civiltà Cattolica. «L’esistenza di un legame tra un certo cattolicesimo e la disponibilità a nutrire sentimenti antisemiti è nota. Quando misuriamo il cattolicesimo a partire dalla pratica religiosa notiamo la relazione tra questa e l’antisemitismo. Ciò non significa che i cattolici praticanti siano tutti antisemiti, ma la relazione statistica esiste».

Anche nell’estrema sinistra, più specificamente in coloro che nel 2014 erano prossimi al Front de Gauche, si rileva un più diffuso antisemitismo. Tradizioni culturali, un sentimento anticapitalista e l’ostilità verso Israele sembrano convergere per spiegare il fenomeno. «Esiste incontestabilmente un legame tra l’anticapitalismo e l’antisemitismo. Nella tradizione operaia, radicale, ad esempio in Jules Guesde. In Proudhon; alcuni suoi testi preconizzano lo sterminio degli ebrei. In Jean Jaurès: dreyfusardo, in precedenza aveva espresso nette posizioni antisemite, certo, in un’epoca dove queste non erano rare. Cogliamo qui l’idea dell’ebreo banchiere, usuraio, che ha un ruolo nel mondo della finanza, che sfrutta la classe operaia. Credo che ci sia anche un secondo elemento: l’ostilità verso una idea di solidarietà che trascende i legami sociali, una solidarietà tra ebrei che si sviluppa nella Diaspora e che va a scontrarsi con la solidarietà di classe». Poi c’è Israele. A sinistra l’interpretazione del sionismo come un’ideologia razzista e strumento ideologico per giustificare l’occupazione delle terre palestinesi è condivisa da percentuali piuttosto significative. Secondo Reynié, però, in questo caso è più difficile cogliere una coerenza. «L’ostilità potrebbe essere compresa guardando all’idea del sostegno a un popolo oppresso, i palestinesi, vittime di un paese più potente, Israele, sostenuto dagli americani. Fin qui è comprensibile, rientra nella visione di una parte della sinistra. Ma se si tratta di una mobilitazione contro i popoli oppressi, allora è contradittoria. Non vediamo la stessa sinistra mobilitarsi per difendere gli uiguri cinesi, più di un milione di musulmani chiusi in campi di rieducazione, sottoposti a un trattamento inumano. Per citare un dramma di oggi, che non solleva emozioni. La dimensione oppresso-oppressore qui non funziona. Come nel caso degli yemeniti massacrati dall’Arabia Saudita. E potremmo continuare. No, la dimensione oppresso-oppressore non funziona come unica variabile per spiegare l’atteggiamento sistematicamente critico verso Israele, visto come unico responsabile del conflitto medio-orientale. Entra in gioco un’altra variabile: Israele. Così funziona. Troviamo in una parte della sinistra, certo non tutta, una contestazione al suo stesso diritto di esistere. In Francia è evidente. La sinistra radicale si presenta come antisionista, non antisemita, ma questo antisionismo è strano, perché, in un’accezione corrente il sionismo è consustanziale allo Stato ebraico».

Alcune correlazioni trascendono la destra e la sinistra. Come quelle tra antisemitismo e sfiducia verso la democrazia e il suo funzionamento. «Se concepiamo il populismo come un discorso che considera che le istituzioni esistenti tradiscono le promesse, dissimulano la loro vera attività, ovvero agire al servizio di una oligarchia e non del popolo, vediamo l’immaginario complottista all’opera: le élite che controllano i grandi affari a livello mondiale, la stessa accusa che è sempre stata fatta agli ebrei, ovvero il controllo della finanza mondiale. La ricerca che abbiamo condotto nel 2014 mostra che questo discorso è molto presente sul web e qui vediamo in modo particolare come i discorsi populisti e i diversi antisemitismi si mischino: le narrazioni si rafforzano reciprocamente e i meccanismi dei social network le amplificano. I social network, così come i videogiochi, dove gli spazi per i commenti ospitano invettive antisemite, possono creare mobilitazioni pericolose. È un fenomeno oggi sotto osservazione da parte dei servizi francesi per il timore che possano essere luoghi ove si preparano azioni violente, terroristiche». Gli aggressori di Finkiekraut mentre lo appellavano «sporco sionista» gridavano anche «noi siamo il popolo», «il popolo ti punirà».

Delle diverse forme di antisemitismo, quella islamica è la meno dibattuta. La Fondapol ha per prima studiato il fenomeno nel 2014. È emersa una significativa sovrarappresentazione di pregiudizi antisemiti. Ricerche in altri paesi (Antisemitic Attitudes among Muslims in Europe: A Survey Review, ISGAP, 2015) mostrano risultati analoghi. La pratica religiosa è importante: «quando si intervistano persone che si definiscono semplicemente di cultura musulmana i risultati sono prossimi a quelli della media della popolazione, quando si definiscono credenti, ma non praticanti, la disponibilità ad accettare pregiudizi antisemiti aumenta sensibilmente, nel caso dei praticanti assume valori ancora più alti». Un più recente studio qualitativo sul tema (Fondapol, France: les juifs vus par les musulmans, 2017) evidenzia come molti pregiudizi provengano dal paese di origine (nel caso specifico del Maghreb): «una cultura antisemita ereditata, come era stato rilevato anche per il mondo cattolico. In questo gioca forse un particolare rapporto con il testo coranico che contiene affermazioni antiebraiche forti e il fatto che è presente una sorta di “islamismo letterale” del quale il salafismo è un’espressione».

Tuttavia, questi pregiudizi sembrano influenzati dall’antisemitismo europeo, con il quale il mondo musulmano viene in contatto durante la fase coloniale e che si diffonde ulteriormente durante il Secondo conflitto mondiale, quando esponenti del nazionalismo arabo guardano al nazional-socialismo tedesco. «Credo che ci sia una combinazione di più elementi: l’antico antigiudaismo del mondo arabo-musulmano e l’antisemitismo occidentale. In particolare quello importato, già prima del 1914, attraverso il paradigma nazionalista. Il nazionalismo francese, saldato con quello tedesco di una comunità di sangue, ha veicolato un antisemitismo che ha poi trovato spazio negli ideali politici del nazionalismo arabo». Ma il rammarico di Reynié è che sia così difficile parlare pubblicamente del problema. Osservo che la possibilità che il tema venga usato per attaccare i musulmani è reale, ed è quello che fa Marine Le Pen. «È vero, e questo è un elemento importante nel dispositivo propagandistico del Rassemblement national. Marine Le Pen vuole cancellare l’eredità paterna per assorbire tutta l’opposizione di destra. Progetta di andare allo Yad Vashem, ha già fatto dei tentativi: il giorno in cui un governo israeliano vorrà complicare la vita politica francese permetterà una cosa del genere. Tuttavia, il problema esiste. Famiglie ebree sono costrette ad abbandonare quartieri difficili, in certe scuole non puoi nominare la Shoah o Israele, in Europa Occidentale buona parte delle violenze antisemite sono opera di persone di cultura musulmana (Fondapol, Violence antisémite en Europe 2005-2015, 2017)». Il problema esiste e le indagini mostrano che è anche correlato alla chiusura comunitarista. La chiusura verso chi non appartiene al proprio universo religioso e culturale e la più generale percezione di una società fatta di mondi chiusi. Il problema esiste e la mancanza del coraggio di affrontarlo non può che aggravarlo: «Gli ebrei sono pochi», osserva Reynié: «elettoralmente non contano e non esiste uno loro specifico comportamento di voto. I musulmani sono più numerosi e i politici si muovono con prudenza».

La Francia ha la propria storia, ma questo non può farci dimenticare che focolai non troppo diversi sono presenti anche in Italia, così come in altri paesi europei. Lo sterminio di sei milioni di ebrei d’Europa non ha cancellato dal nostro continente il male profondo dell’antisemitismo e nuovi fenomeni si aggiungono per acuirlo. Vecchie ipocrisie di un malinteso progressismo, nuovi integralismi, una nuova retorica del «politicamente scorretto» che fa della rottura delle «convenzioni» civili la propria cifra impediscono di affrontare – o addirittura favoriscono – il rinnovato diffondersi di questo male, che è prima di ogni altra cosa una malattia degenerativa delle nostre società.