Interview de Dominique Reynié parue dans l’édition papier du Corriere della sera et sur le blog Superdupont de Stefano Montefiori, correspondant en France pour le Corriere della sera, mercredi 27 février.

PARIGI — «Le cose vanno come temevo, ma più velocemente». Dominique Reynié, politologo a Sciences-Po (una delle fabbriche delle élites francesi) e studioso dei populismi, si dice molto preoccupato: «l’Europa rischia il crollo democratico».

Perché teme per l’Europa intera?
«Stiamo bruciando, in ogni Paese, tutti i possibili metodi per governare. Le grandi coalizioni, l’esperimento del governo tecnico, le elezioni ripetute come in Grecia che poi danno esiti peggiori… I partiti di sistema diventano essi stessi populisti. Che cosa è la lettera sul rimborso dell’Imu da parte di Berlusconi, un ex premier, se non una tecnica al limite della destabilizzazione? Il risultato di Grillo è gigantesco, ma anche quello di Berlusconi significa protesta anti-Europa, anti-sistema. Quella italiana è una insurrezione. Elettorale e per adesso non violenta, per fortuna, ma insurrezione».

Come giudica il Movimento Cinque Stelle, da questo punto di vista?
«Sono molto impressionato, innanzitutto dall’entità dell’affermazione, senza precedenti, e poi perché è il primo caso di populismo che non mette la lotta all’immigrazione, la xenofobia, tra le sue priorità».

Che significa allora il termine populismo? Non è un insulto al voto di milioni di persone? Come quando in Francia si bollano come populisti i sei milioni e mezzo di francesi che hanno votato Marine Le Pen?
«Nel mio libro riconosco la pessima tendenza delle élites a usare il populismo come “scudo morale”. “Votate in un modo che non mi piace? Populisti!”. “Mi criticate perché rubo? Populisti!”. Ma a mio parere la nozione continua ad avere tutto il suo senso. Io rispetto il voto dei cittadini, populisti non sono loro, ma i leader. Quelli mi permetto di continuare a giudicarli».

Perché Beppe Grillo è populista, e perché le fa così paura?

«Perché, xenofobia a parte, rispetta i canoni del genere: critica della democrazia rappresentativa (non a caso insiste sulla democrazia diretta), attacchi in tutte le direzioni alle élites, retorica del “destra e sinistra tutti ladri allo stesso modo”, euroscetticismo o comunque proposta di organizzare un referendum per uscire dall’euro».

Visti i risultati degli ultimi anni, non è lecito nutrire dubbi su Bruxelles?

«Certamente, ma bisogna farlo per le ragioni vere. I problemi dei singoli Paesi non sono colpa dell’Europa. Chi lo sostiene fa leva sulla disperazione degli elettori ma li inganna, in questo è populista. La verità è che la democrazia in Europa non può più funzionare bene, ma per altre ragioni».

Quali?

«Tre fondamentali, comuni a tutti i Paesi: 1) globalizzazione economica (i tedeschi stanno un po’ meglio ma anche loro hanno avuto colpi tremendi sul piano sociale) 2) invecchiamento demografico 3) esaurimento delle risorse pubbliche. La democrazia funziona se c’è crescita e redistribuzione delle risorse. E in Europa ormai non c’è più niente da redistribuire».

Il pessimo risultato di Bersani non è un colpo anche al compagno di sinistra europea Hollande?

«Certamente, è un segnale che andrebbe colto. L’esito catastrofico del voto italiano conferma un’ipotesi che formulo nel mio lavoro, e cioè la scomparsa, in prospettiva, della sinistra di governo in Europa. La sinistra ha senso se fa progresso sociale e protezione. Nelle condizioni attuali è impossibile, tutto quel che può fare è tenere una linea moderata all’inizio ma poi, inevitabilmente, ricorre all’austerity».

E quindi nutre il «populismo».

«Esattamente. Io credo che tanti degli elettori di Grillo, magari provenienti dalla sinistra, siano destinati a spostarsi in futuro sempre di più all’estrema destra, verso chiunque prometterà loro più protezione».

Quali responsabilità ha l’Europa?

«Poche da un punto di vista economico globale, ma enormi nella gestione politica della crisi. Abbiamo appena approvato un budget europeo al ribasso, quando bisognava dare il segnale esattamente opposto. È stata una decisione storica, gravissima, che non finirà di avere conseguenze».

Per esempio?

«Penso alle prossime elezioni europee, nel 2014. Se continua così, rischiamo di riempire il Parlamento di Strasburgo di deputati euroscettici, radicali, antisistema. In sostanza il crollo dell’istituzione più democratica dell’Ue».

Teme una svolta violenta?

«Non la escludo, in generale. Non abbiamo mai affrontato il tema della sostenibilità politica dell’austerity. I cittadini possono sopportarla per mesi, non per anni. Guardiamo alla Grecia, un Paese a pezzi. Il guaio dei leader populisti è che vincono grazie ai problemi, ma non sono in grado di risolverli. E nessuno è al riparo, né l’Italia, né la Spagna, né la Francia».