Berlusconi-Salvini e la nuova destra

Giovanni Orsina | 23 juillet 2021

Dei contatti fra Silvio Berlusconi e Matteo Salvini per federare se non fondere Lega e Forza Italia si è parlato molto, da ultimo. E se n’è parlato in una chiave soprattutto tattica, di «politica politicante». Berlusconi, così, amerebbe poco il proprio partito e vorrebbe che il patrimonio d’influenza politica accumulato nei decenni non andasse disperso, magari anche per difendere le aziende di famiglia, o addirittura sognando il Quirinale. Salvini avrebbe invece il problema della concorrenza con Giorgia Meloni, e dovrebbe restituire alla Lega un profilo di governo. Sono tutti ragionamenti legittimi, s’intende. L’approccio di «politica politicante», poi, è implicitamente suggerito dai protagonisti stessi della vicenda, che non paiono curarsi molto di quale ne sia il senso culturale, per non dire ideologico. Un senso culturale tuttavia, per non dire ideologico, l’operazione potrebbe pure averlo. Potrebbe essere un primo abbozzo di risposta a una domanda politica non proprio irrilevante: che cosa sarà la destra italiana nel terzo decennio del ventunesimo secolo?

Il mese scorso la Fondation pour l’innovation politique, un noto think tank francese di orientamento progressista, ha pubblicato uno studio demoscopico su Francia, Germania, Regno Unito e Italia intitolato «La conversione degli europei ai valori di destra». Secondo la ricerca, le opinioni pubbliche dei quattro Paesi sono in larga maggioranza (60 per cento) contrarie all’immigrazione, con una prevalenza degli ostili anche fra gli elettori di sinistra (ad eccezione di quelli del Partito democratico italiano). Sono favorevoli alla libertà d’impresa, con una netta preferenza per le piccole e medie aziende rispetto alle grandi; sostengono lo sviluppo economico, che ritengono compatibile con la protezione dell’ambiente; promuovono la responsabilità individuale, nella convinzione che molti approfittino indebitamente di un sistema di protezione sociale troppo generoso.

Le scelte di valore condizionano l’auto-collocazione politica: il 39 per cento degli interrogati si dice di destra, contro il 27 di sinistra e il 20 di centro. L’Italia è il Paese più a destra: 44 per cento, contro il 31 che si schiera a sinistra. I giovani sono più a destra della media della popolazione: 41 per cento fra i 18 e i 35 anni d’età. Infine, cinque anni fa si sentiva di destra il 33 per cento dei francesi, oggi il 38 per cento: un punto in più all’anno. La ricerca non considera il lato culturale del conflitto destra/sinistra: diritti e diversità. Ho l’impressione però che da ultimo il vento di reazione al cosiddetto «politicamente corretto» si sia venuto irrobustendo, a tal punto che la scorrettezza politica, oltre a essere spesso sgradevole, è diventata pure stucchevole. Il segnale che ha dato ieri il Vaticano (di Francesco, mica di Benedetto) con la protesta formale contro il disegno di legge Zan mi pare indicativo di questo cambiamento di atmosfera.

Bene: che cosa vuol dire tutto questo? Quanto meno, vuol dire che di ragioni per interrogarsi su che cosa debba essere la destra nel terzo decennio del ventunesimo secolo ce ne sono fin troppe. La spinta valoriale che sale dal basso non potrà che trovare rappresentanza politica. La domanda cruciale è: quanto a destra la troverà? Destra moderata o destra radicale? I segnali che hanno dato da ultimo alcune elezioni locali in giro per l’Europa mostrano una ripresa delle forze di centro destra: i Popolari in Spagna, i Cristiano-democratici in Germania, i Repubblicani in Francia. Lo schema storico che si sta delineando sembra essere il seguente, insomma: negli ultimi dieci anni è venuta montando nell’opinione pubblica un’opposizione di destra ai processi di globalizzazione; inizialmente i partiti conservatori tradizionali si sono fatti trovare impreparati e hanno lasciato spazio alle destre populiste; adesso si stanno attrezzando e stanno riprendendo fiato.

 

L’Italia non può che seguire un percorso differente, perché qui il partito conservatore «tradizionale» è legato in maniera indissolubile alla vicenda personale di un quasi ottantacinquenne. La federazione o magari fusione fra Forza Italia e Lega potrebbe rappresentare allora il peculiare modo italiano di prendere parte allo schema storico di cui sopra. Se così fosse, al di sotto dei tatticismi di Berlusconi e Salvini ci sarebbe più sostanza di quel che paia. Pure se così fosse, però, resterebbe comunque aperta la questione della sconcertante penuria di pensiero e povertà di classe dirigente che, per lo meno in Italia, accompagnano quel 44 per cento di elettori che si collocano a destra. Su questi due aspetti uno schieramento che ambisca a governare il Paese dovrebbe lavorare con ben altra alacrità. Prima ancora del partito unico della destra, insomma, dovrebbe prendere forma la fondazione culturale unica della destra. Meloni inclusa.

 

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